A Nerviano un confronto autentico su scelte, fede, lavoro e vocazione
Un dialogo vero nasce quando si ha il coraggio di partire dalle domande, non dalle risposte. È questo lo stile che ha segnato la serata di giovedì 8 gennaio all’Oratorio del Sacro Cuore di Nerviano, dove l’Arcivescovo Mario Delpini ha incontrato i giovani del Decanato Villoresi in un clima di ascolto, libertà e profondità.
Il primo gesto è stato quello della preghiera. Il Vespro celebrato in chiesa ha offerto il tono dell’intero incontro, affidando al Signore la vita concreta dei presenti. Al termine, l’Arcivescovo ha consegnato un messaggio essenziale, capace di riassumere tutta la serata: ogni vita, in ogni sua stagione, è custodita e benedetta da Dio. Una convinzione semplice, ma spesso faticosa da accogliere, soprattutto nel tempo dell’incertezza.
La convivialità dell’apericena ha poi creato lo spazio per un incontro informale: Delpini ha condiviso il tavolo con i giovani, ascoltando storie, fatiche e desideri. Da questo clima di prossimità è nato il dialogo pubblico, introdotto da alcune testimonianze che hanno dato voce alle grandi domande dell’esistenza: la possibilità di scelte definitive, il vivere la fede in contesti indifferenti, il rapporto con il lavoro e l’impegno educativo.
Sul tema delle decisioni per sempre – matrimonio o vita consacrata – l’Arcivescovo ha scelto di non offrire ricette, ma di lasciarsi interrogare dal Vangelo. Le parabole del tesoro nascosto e della perla preziosa hanno fatto emergere il senso profondo della scelta: non un salto nel buio, ma l’incontro con ciò che dà valore a tutta la vita. L’amore autentico, ha sottolineato, porta in sé il desiderio della definitività, cresce nel dialogo, si nutre della preghiera come amicizia viva con Gesù e chiede realismo nel conoscere sé stessi e l’altro. In un contesto che genera timore, Delpini ha rilanciato una prospettiva controcorrente: una scelta duratura non è una minaccia alla libertà, ma una promessa di pienezza.
La difficoltà di testimoniare la fede in ambienti spesso ostili o indifferenti è stata al centro della seconda domanda. A partire dal Vangelo di Marco, l’Arcivescovo ha ricordato che la missione nasce dalla fragilità: Gesù affida l’annuncio proprio a discepoli segnati dal dubbio. La fede, ha spiegato, non è un’idea da difendere, ma un’esperienza viva che, se condivisa, si rafforza. Come un fuoco, ha bisogno di essere trasmessa per non spegnersi. Da qui l’invito a riconoscere nelle pieghe della vita – nelle ferite, nelle domande, nelle inquietudini – le occasioni in cui una parola buona può aprire spiragli di luce, sempre dentro relazioni di amicizia e rispetto. Nessuna testimonianza efficace, ha ribadito, nasce dalla solitudine.
Il confronto si è poi spostato sul mondo del lavoro e dell’economia. Il riferimento evangelico al sale e alla luce ha chiarito che il cristiano non è chiamato a separarsi dal mondo, ma a starvi dentro con uno stile diverso. Delpini ha richiamato l’importanza della Dottrina sociale della Chiesa come strumento per orientarsi tra produzione, denaro, finanza e ambiente. Al centro restano le relazioni: lavorare significa avere a che fare con persone, non soltanto con risultati o numeri. Anche in questo ambito, la preghiera diventa luogo di discernimento, capace di educare il desiderio e orientare le scelte.
L’ultima domanda ha intrecciato servizio educativo e vita spirituale. L’immagine evangelica della vite e dei tralci ha offerto la chiave di lettura: portare frutto non è questione di efficienza, ma di rimanere in relazione con Gesù. La preghiera è fedeltà quotidiana, anche quando non produce emozioni immediate. È in questa docilità che emergono i talenti ricevuti, riconosciuti e fatti crescere solo se messi in gioco, senza paura di perderli.
Nel chiarire il tema della vocazione, l’Arcivescovo ha liberato i giovani da un equivoco diffuso: non si tratta di scoprire un destino già scritto, ma di rispondere a una chiamata alla felicità. Dio, ha ricordato, non chiede innanzitutto di fare, ma di vivere in pienezza la relazione con Lui.
La serata si è conclusa nel silenzio e nella preghiera, con la benedizione del Vicario di Zona don Luca Raimondi e un pensiero alle vittime della tragedia di Crans-Montana. Davanti al dolore e alla paura della morte, è stata riaffermata la speranza cristiana: la vita non finisce nel nulla, ma si consegna a Qualcuno.
Un incontro che ha mostrato come il dialogo tra Chiesa e giovani diventi fecondo quando nasce dalla realtà quotidiana e si lascia illuminare dal Vangelo. Per scoprire che seguire Gesù non semplifica la vita, ma la rende più vera e carica di futuro.